giovedì 24 novembre 2016

LE ORIGINI DELLA MORALE E DELLA LEGGE NEL MONDO


Le Origini della morale nel mondo (pezzo 4)

 

Per conoscere le origini della morale dobbiamo cercare le prime testimonianze scritte degli antichi uomini comparsi sulla terra e tentare di vedere quali erano i loro divieti e le loro norme e su quali credenze basavano la loro condotta e i loro costumi . In mancanza di tracce scritte dobbiamo basarci su tutti i reperti storici a nostra disposizione di una data civiltà, oppure basarci su tradizioni orali originali di storia, tramandate e raccontate da anziani delle varie regioni e paesi non dotati di una solida tradizione letteraria . Riguardo ai reperti di scrittura, le prime tracce di segni che servivano per comunicare un’ idea , le più antiche testimonianze storiche non vanno al di là del 3500 a.C. ad essere generosi . Per quanto riguarda le civiltà andine ,conosciamo i loro sistemi di vita soprattutto attraverso reperti archeologici ,racconti di missionari o di esploratori. Ma se non vogliamo battere l’aria con racconti aleatori e tracce discontinue e molto generiche , però già sufficienti a farci capire il sistema morale di un dato popolo o tribù , dobbiamo andare su un testo che è il mare magnum della morale nella storia dell’umanità : la bibbia . Questo insieme di libri racchiude le origini dell’universo e dell’uomo , nonché la morale delle origini dell’umanità , fino al primo secolo dell’era cristiana . E’ da rilevare che grazie alla storia del popolo ebraico conosciamo anche le origini della storia dell’umanità intera e dell’universo . La storia biblica è la più vera e concreta apparsa sulla terra ,nonché la più universale e utile per conoscere le origini della morale . E’ un racconto logico, storico, razionale nel tempo e non discontinuo e aleatorio ,con storie di discendenze precise di famiglie con nomi e cognomi di discendenti attraverso i secoli ; con descrizioni di luoghi e di confini geografici precisi ; la storia biblica è qualcosa di spaventosamente storico con fatti precisi ,anche se molti di quei luoghi e di quei volti oggi non li conosciamo , anche se non possiamo accertarne la verità in una maniera assoluta , ma dobbiamo chiederci sempre : è assoluto il nostro metodo di indagine storica ? E’ assoluta la nostra conoscenza dell’uomo ? Siamo sicuri che se applicassimo gli stessi metodi e interrogativi ne uscirebbe vera il 90 % della stessa storia recente ? La storia dell’uomo sulla terra per noi è molto recente , ma al di là delle menzogne paleontologiche che fanno passare per scientifiche le teorie romanzate dell’evoluzionismo , a noi interessano le tracce dei divieti, ovvero dei “ paletti” posti dalla mente umana e dell’azione divina come norme universali o particolari , norme che la mente umana non doveva assolutamente oltrepassare . Queste tracce le possiamo trovare anche nei racconti mitologici dei greci e delle civiltà dell’estremo oriente . Non ci interessa scoprire il come e il perché si è formato un credo morale nell’uomo per non cadere in facili deviazioni ideologiche . Ci interessa capire quali regole oggettive sostanziali avesse l’uomo delle origini . L’unico racconto logico, continuato e razionale ,storico al di là delle testimonianze storiche , che pure hanno la loro non fondamentale importanza e che ha di mira la condotta dell’uomo che va oltre il racconto storico, è il libro della genesi nella biblica . Questo racconto va al di là delle prime tracce di scrittura (3500 a.C.) comparse sulla terra. Infatti , in esso subito dopo il racconto della creazione , vengono poste delle condizioni all’uomo dal Creatore, condizioni che vediamo insite nella sua stessa natura , condizioni che si sposano sia con la sua personalità e sia con il suo aspetto fisico . Le prime condizioni riguardano il dovere di riempire la terra e di assoggettarla e dominarla , cioè trasformarla affinché produca il necessario per la vita dell’uomo . Ora se si comando a un figlio di andare al negozio a comperare un kg di pane , sicuramente debbiamo dargli i soldi necessari altrimenti il nostro comando sarebbe fasullo e ridicolo . Questo vuol dire che Dio ha previsto e messo nella natura e nell’ambiente tutte quelle energie che serviranno all’uomo affinchè nel corso dei secoli e millenni , sviluppando il suo ingegno, le possa utilizzare per riempire tutta la terra col genere umano . Le fonti ci sono in abbondanza , bisogna solo organizzarle con l’intelligenza del lavoro e , come si fa per la costruzione di un mosaico , inserirle al loro posto con il lavoro dell’organizzazione tecnica che progredisce secondo i bisogni della società che deve crescere a ritmo continuo per riempire tutta la terra . Oggi infatti notiamo degli squilibri enormi tra terra e terra, paese e paese , nazione e nazione nel numero degli abitanti : terre vuote e incolte abitate da pochi uomini nonostante lo sviluppo della tecnica e terre povere ma stracolme di abitanti con il terrore di riempire la terra e dominarla . Ora se avviene qualche distorsione sociale o produttiva , qualche disorganizzazione nella catena alimentare o sociale con disastri territoriali o socio-economici che impediscono lo sviluppo della vita organizzata nelle società umane , questo avviene a causa di problemi che riguardano l’ordine morale nell’organizzazione sociale dell’uomo. Infatti non solo è necessario che l’uomo si attrezzi tecnicamente e scientificamente per “dominare la terra e popolarla “ , ma è necessario che abbia delle regole di vita sociale , altrimenti non sarebbe possibile nessun popolamento , nessuna organizzazione sociale , nessun progresso scientifico . Se ad esempio mancasse la “pace “ in un gruppo sociale , questo si autodistruggerebbe come si autodistrugge una famiglia in cui qualcuno dei membri impazzisce impedendo la normale vita famigliare . Perciò dietro questo termine “pace”, che dal punto di vista sociale non è altro se non uno svolgimento normale della vita famigliare e sociale di un gruppo umano, ci sono altri valori tra cui il più importante è la giustizia . Questa giustizia non è altro che un sistema morale legato all’azione dell’uomo e definisce sia il suo rapporto con l ‘Essere Creatore e sia i rapporti tra uomo e uomo . Il nucleo di questa giustizia attorno alla quale si dirimano infinite regole scritte o teoriche , quanti sono i casi dell’agire umano, è molto semplice . Anticamente, in termini arcaici e primitivi , veniva detta : “ occhio per occhio, dente per dente “, vita per vita , sangue per sangue “ , a sottolineare che ogni cosa ha un prezzo e ogni azione ha un giudizio giusto . Ora ci sono azioni meccaniche che fanno parte della normale vita dell’uomo e ci sono azioni dell’uomo dirette contro terzi ,azioni che definiscono i suoi rapporti con altri esseri simili . Il peso giusto di un’ azione in ordine alla giustizia e come una legge fisica in cui ad ogni azione corrisponde una ragione o una legge economica in cui ogni cosa che acquisto deve avere un prezzo giusto legato all’oggetto . Questa è solo una legge generale del vivere sociale e dei rapporti dell’uomo con l’essere creatore ma va calata nel sistema sociale e geografico delle condizioni della vita che sono molto complessi e in cui un uomo , oltre ad essere ontologicamente uguale a un altro uomo davanti all ‘Essere supremo e alla sua giustizia , nella scala sociale ha dei ruoli e dei ranghi molto variabili , spesso ben definiti e fissati dalla natura ,legati alla sua fisicità : uomo, donna, padre, madre ,figlio, autorità,ricco o povero , ecc. In realtà non c’è nessuna uguaglianza nella sfera sociale umana ma solo rispetto alla giustizia che spetta a tutti e ognuno è un individuo diverso da un altro mai comparso sulla terra . I disastri sociali dipendono quindi da problemi di natura etica e hanno la loro radice nel concetto di giustizia non da tutti accettato come oggettivo e universale per tutti gli esseri . L’uomo , ogni uomo , tende a crearsi una sua giustizia ; un suo sistema di giustizia autonomo sia nei riguardi dell’Essere Supremo e sia nei riguardi degli altri esseri , dove rispetto alla giustizia oggettiva sono tutti uguali nonostante i ranghi e le differenze fisiche . Ecco che dopo avere costituito il primo nucleo sociale , Dio pone delle condizioni , delle norme da rispettare all’uomo in quanto deve sapere sempre che non si è autocreato da solo sulla terra , ma esiste solo in quanto “dipendente” da un Essere Supremo che con infinita intelligenza gli ha creato una casa da abitare ,non solo, ma ha creato l’uomo stesso . Queste norme di vita date all’uomo appena creato, all’origine erano interne all’uomo e non era necessaria nessuna autorità e nessun sistema organizzato di vita che regolasse i vari nuclei familiari o la sua condotta di vita riguardo alla giustizia . Non fu necessaria nessuna esplicitazione e nessun sistema di scrittura che facesse da paradigma per un comportamento giusto nel suo sistema di vita . Notiamo però nell’umanità antediluviana la presenza del sacrifico, una spia ,un segno della necessità di riparare qualcosa interno all’equilibrio dell’uomo . Dio stesso non prevede alcun tipo di autorità e nessun tipo di legge scritta con la prima umanità ma la necessità di imporre delle regole di vita ferree con la necessità della loro osservanza ci sarà dopo la giustizia del diluvio. Infatti affinché ci fosse una legge scritta divina e completa non era sufficiente la presenza di famiglie umane , era necessario un popolo ben definito con una normale vita sociale . Ci si chiede allora ; è lecito imporre il bene all’uomo ? Dio lo ha imposto senza nessuna pietà perché si trattava di impedire infinite punizioni divine . L’uomo stesso verserà il sangue dell’uomo prima che sia Dio stesso a versarlo facendo il deserto e facendo cessare la vita sulla terra Genesi 9 . Ci si chiede allora : quando nasce la politica ? Sarà l’oggetto della prossima trattazione .

 

 

LE ORIGINI DELLA LEGGE E DELLA MORALE NELLA STORIA DELL'UMANITA' (terza parte )


LE ORIGINI DELLA LEGGE E DRLLA MORALE  NELLA STORIA DELL'UMANITA'  (terza parte )

 

 Noè e la morale dell’umanità dopo il diluvio

 

 

 

Nei due precedenti articoli sulle origini della norma o della morale nella bibbia alle origini dell’uomo, abbiamo notato la necessità da parte di Dio di stabilire delle norme etiche che dovranno essere osservate da tutti , indipendentemente dalla razza , dalla stirpe o dal sangue, e abbiamo notato che mentre con la precedente umanità , quella antidiluviana , Dio non aveva dato divieti ,né stabilito autorità e la regola era : “nessuno tocchi Caino” , con i discendenti di Noè invece : “Chi sparge il sangue del fratello , dall’uomo il sangue sarà sparso.” Dio cambia registro e impone ai discendenti di Noè una norma  con dei divieti non scritti basati su un concetto di giustizia molto elementare : “occhio per occhio , dente per dente , sangue per sangue , vita per vita “. Una norma dedotta dal baratto o dai primitivi metodi commerciali di scambio delle merci . Una regola naturale di convivenza . “ Io ti do un agnello e tu mi dai una staia di farina “, ovvero una legge della fisica molto elementare dove ad ogni azione corrisponde una reazione, oppure il detto romano : “ do ut des “ , applicato nei rapporti di scambio al di fuori dell’ ambito famigliare.   In pratica Dio si vietava di intervenire direttamente a fare giustizia e stabiliva degli strumenti affinché fosse l’uomo stesso a stabilire la  giustizia violata  . Una giustizia che non era solo necessaria a stabilire il giusto culto ,ma riguardava la vita sociale stessa dell’uomo    .Naturalmente all’inizio era il Patriarca che stabiliva la giustizia all’interno del proprio clan o tribù e non il singolo che doveva farsi giustizia da sé, ma quando incominciarono a moltiplicarsi i patriarchi e a venire in contrasto tra loro e tra i loro membri , era necessario un altro tipo di arbitrato spesso formato dal Consiglio degli Anziani…… .Grazie alla norma non scritta legata alla tradizione  si impediva al singolo di farsi giustizia da se e questa norma doveva essere valutata da terzi, sempre tenendo presente la tradizione . Esistevano forme di giustizia personale nelle formazioni più primitive e una di queste  era il duello tra due contendenti per vendicare un offesa ricevuta ,ma questa norma spesso decideva il diritto del più forte e non una giustizia al disopra delle parti . La norma cercava di moderare la legge del piu forte (darwiniana ) imponendo una giustizia oggettiva . Il duello ritualizzato però evitava la faida famigliare e gli omicidi arbitrari e le vendette dei fratelli spesso ma non sempre . Insomma con la seconda umanità Dio prevedeva una giustizia umana con spargimento di sangue da parte dell’uomo stesso come prezzo a una giustizia delle parti al contrario di quanto aveva stabilito prima del diluvio. Una giustizia che l’uomo doveva fare e andava fatta per  per stabilire una sana convivenza e per evitare  l’ira divina e  la depravazione dei costumi e della morale che regolavano la vita della famiglia, del clan,della tribù, del borgo della città . Il rovesciamento delle regole di convivenza significava l’anarchia e la rapida estinzione del gruppo sociale ,la mancanza di autorità e della morale , cioè di una forza che stabilisse la norma e la facesse rispettare  . E le regole potevano essere anche regole igieniche che salvavano la vita come nei paesi mediorientali dove il caldo e la mancanza di acqua erano fattori essenziali al moltiplicarsi di batteri e di microbi pestiferi ; regole igieniche dello stesso isolamento dal gruppo sociale degli ammalati di malattie infettive . Ogni gruppo sociale, a secondo dei luoghi geografici , aveva delle norme quasi tutte orali , qualcuna era scritta per definire le regole di vita e in base a quelle regolarsi nel giudizio in maniera sempre uguale e stabile .

Ecco che nella bibbia Dio dopo avere ripopolato la terra mediante i patriarchi , ne sceglie uno con il quale fa un patto speciale testimoniato dalla circoncisione di ogni maschio dei discendenti di questo patriarca .

Dallo stesso patriarca vengono fuori due popoli tutti e due con la circoncisione come distintivo del loro gruppo sociale e dopo che questi diventarono numerosi , quindi bisognosi di leggi per regolare i rapporti sociali, dopo molti anni e molte generazioni , mediante un discendente di uno di questi Dio consegna delle regole scritte da Lui stesso come garanzia di norme al di sopra delle parti .Era la legge naturale rivela , mentre gli altri gruppi praticavano una legge dedotta intuitivamente dalla giustizia e la tradizione ! Infatti norme fatte da un capo o da un ceto sociale potevano essere favorevoli agli uni o agli altri ,mentre la legge rivelata era oggettiva ; al di sopra delle parti , ecco che bisognava evitare l’arbitrio umano e avere norme umane valide per tutti . Ora queste norme date a Mosè si dividono in due parti , norme essenziali e generali definite anche “ le dieci parole di Dio”, scritte dalla mano di Dio stesso, da depositare in una cassa e custodire bene , e norme pure necessarie ed essenziali, però derivate dalle prime ma secondarie , legate a un luogo e a una cultura . Le prime leggi generali e universali, infatti, Mosè va a riceverle sul monte da Dio stesso , mentre le seconde, in parte le scrive lui stesso durante il tragitto nel deserto, in parte vengono completate dal suo gruppo di discepoli durante il cammino  per adeguarle ai nuovi eventi . Le norme secondarie, da non depositare nella cassa, regolavano tutto l’ambito della vita umana e sociale di un gruppo , anche quando fare la guerra e a che condizioni stabilire uno sterminio o come dividere un bottino . Si parla anche del culto alla divinità e come ottenere l’amicizia e il perdono delle colpe individuali nel popolo . Le seconde sono norme che regolavano le questioni spicciole di convivenza e andavano catalogate e scritte man mano che se ne vedeva la necessità in quanto regolavano una giustizia in casi particolari . Ora dove si parla di legge , di ordine , di morale e tradizione , di onore , di giustizia giusta , di rispetto , di famiglia , si parla della implementazione delle stesse; si parla di organizzazione del gruppo sociale intorno a queste , e dove si parla di organizzazione concreta : si parla di destra . La destra restaura la legge violata ; la destra restaura la tradizione e riorganizza il gruppo umano e religioso . La destra organizza la legge e la stabilisce per tutti mediante l’autorità al di sopra della parti, perché non scende a patti con nessuna di esse sulle norme essenziali . Essa è capace anche di ristrutturare il culto originale alla divinità . Quindi la destra è quella forza che mediante la tradizione scopre la sua identità e ristabilisce l'ordine nel gruppo sociale .

 

 

 

Le origini della legge ; il sangue dell uomo sparso (2)


“IL SANGUE DELL’UOMO DALL’UOMO SARA’ SPARSO ! “ (Gen. 9,6)


Nell ‘articolo precedente  abbiamo visto come Dio ai primordi dell’umanità ,confidando in quella legge messa nell’ “intimo dell’uomo “ da Lui stesso , richiede all’uomo soltanto che non diventi “autonomo “ rispetto al bene e al male, in seguito però , dopo il peccato di Adamo ,non fidandosi più , mette dei Cherubini alati a guardia dell’uomo ,anzi limita il  suo potere di decidere nella creazione sul problema del bene e del male  .    Poi man mano che l’uomo affonda nel fango Egli prende le dovute contromisure in maniera graduale . Successivamente al   peccato di Adamo , si fida ancora dell’uomo e impone una norma : “ nessuno tocchi Caino “, per far capire la linea etica scelta con quella precedente umanità, dove non ha imposto alcuna autorità e nessuna norma morale esplicita individuale , tanto che l’umanità arriva ad un arbitrio morale testimoniato da uno di loro dalle parole : “ Ho ucciso un uomo per una scalfittura e un ragazzo per un livido (Gen4,23).
Non solo, ma , man mano che l’uomo degenera moralmente, Dio prende delle precauzioni preventive, sia accorciandogli la vita , sia imponendogli il lavoro ;  il dolore, i figli . In pratica si è comportato come un tizio a cui gli hanno rubato la macchina o scassinato la casa ; dopo mette l ‘antifurto all’auto e le porte blindate alla casa . Non si fida più della libertà dell’uomo !
Quando poi la discendenza di Caino diventa così autonoma da arrivare all’apice della degenerazione uscendo fuori dai binari tracciati dalla legge naturale , questa  umanità  viene eliminata da Dio col diluvio universale come ammonimento a tutte le future generazioni  (Gen.7) .
Con la seconda umanità , cioè quella dopo il diluvio, Dio  però cambia registro e subito
pronunzia delle parole che lasciano prefigurare la futura legge naturale scritta : “… domanderò conto della vita dell’uomo all’uomo , a ognuno di suo fratello. Chi sparge il sangue dell’uomo dall’uomo il suo sangue sarà sparso “ (Gen.9,6).
Con queste parole Dio concede all’uomo stesso di fare giustizia del sangue e della vita del fratello ; guai ora quindi a chi lascerà Caino in libera circolazione ! Non solo, ma l’uomo dovrà preoccuparsi dei fratelli perché Dio chiederà conto della vita a chi gli è prossimo , cioè l'uomo sarà sottoposto a un giudizio per questo, e ciò dipenderà dal ruolo e dalla sua attività .-
In questa norma generale data da Dio alla seconda umanità, notiamo una necessità da parte di Dio di stabilire delle norme etiche che dovranno essere osservate . In altri articoli abbiamo dimostrato come queste norme stanno già nell’intimo dell’uomo di tutte le razze e  nazioni e c’erano  già con la creazione dell’uomo  . L’uomo dovrà farsi giudice dell’uomo e punire il trasgressore . Ma chi dovrà giudicare che cosa ? Non si poteva essere precisi su questo perché poteva essere il patriarca , l’anziano, l’eroe, un padrone,lo sciamano , ecc. e tutto dipendeva dal tipo di società formatasi . Chiunque avesse dei mezzi e godesse del prestigio personale,di imparzialità e di coraggio,  dell’onore in mezzo al gruppo come garanzia della tradizione morale ed  etica, poteva essere idoneo al comando e giudicare  . Chiunque in passato abbia avuto delle preoccupazioni morali potremmo definirlo un uomo di onore, uomo morale , cioè legato alla tradizione , quella che fa si che la società non degeneri fino ad arrivare alla guerra ,alla fame,alla peste e al diluvio ; anche quelli che hanno abusato delle norme e si sono arricchiti con quelle . Tutte queste sciagure sono il colmo dell’ingiustizia tra uomo e uomo quando raggiunge certi livelli di immoralità sociale  e col tempo conducono alle guerre . Un autorità , quindi , è quella forza che si preoccupa del “fratello “ ; ne difende l’onore e colpisce l’ingiustizia con la spada permettendo il bene comune e la garanzia del futuro dell'uomo sulla terra .  Il potere perciò  si preoccupa  di quell’arbitrato di giustizia naturale tra uomo e uomo , tra famiglia e famiglia , tra società e società , autorità che gli viene trasmessa dai padri di  famiglia e dagli anziani .   L’autorità non rappresenta nessuna classe che dovrà opprimere un'altra classe ma rappresenta quell’  autorità  che persegue   la giustizia; difende il povero se è oppresso ma lo elimina se è iniquo, senza trovare scusanti e giustificazioni al male . “Non commetterete ingiustizia in giudizio : “ non tratterai con parzialità il povero ,né userai preferenze verso il potente ;ma giudicherai il tuo prossimo con giustizia”   (Num.19,15 ) ……. “né ti lascerai condizionare nel giudizio da una maggioranza.”

Ecco che Dio , in seguito , sceglierà una famiglia e da questa avrà origine un popolo .
Non appena questa famiglia diventerà numerosa da formare un popolo autonomo, subito Dio donerà la Legge che dovrà osservare in quella terra . Con la legge avrà una regola di vita sociale precisa e con delle autorità precise che dovranno punire i trasgressori . La legge che prende corpo nelle istituzioni dovrà garantire l’ordine e la giustizia tra fratello e fratello ; dovrà occuparsi di salvaguardare il sangue e la vita del fratello ,quindi anche la sua proprietà acquistata col sangue . Non sarà più un non identificato “ vendicatore del sangue “ che farà giustizia di Caino , ma solo un autorità precisa che osserverà la legge . La giustizia avrà una linea  precisa tracciata dalla legge e non da una maggioranza o dall’arbitrio di un tiranno .  !  In questa società organizzata dalla legge , la politica  si identifica ora con la legge stessa, la retta osservanza ; ora con la stessa autorità che la rappresenta . L’ Autorità  che si ispira alla giustizia, è quella forza che stabilisce la norma , la legge , la giustizia violata e ne garantisce il ricordo ; la difende e la conserva nel popolo attraverso le generazioni
. Un’ autorità che non si ispira alla giustizia , è formata da un gruppo di delinquenti che esercita il potere per il proprio tornaconto .

 

Le origini della morale e della legge nella storia dei primordi dell’umanità (1)


Le origini della morale e della legge nella storia dei primordi dell’umanità  . (1)

 

 Le prime tracce della morale  nella storia dell’umanità le troviamo prima del diluvio e non sono tracce propriamente umane ma legate ad esseri angelici, a dei cherubini alati con una spada folgorante incaricati di vigilare affinchè l’uomo non diventasse il padrone del bene e del male sulla terra (Gen3,23) .   Dei guardiani armati dell’uomo dovevano vegliare soprattutto sui suoi pensieri prima che su i suoi atti, in modo che  non divenisse autonomo circa il bene e il male nella sua azione e nei suoi comportamenti .  Non era prevista alcuna legge scritta , né alcun paletto proibitivo esplicito  alle origini  dell’umanità  .Così avvenne che Caino uccise il fratello ma restò impunito e generò figli e figlie per diverse generazioni  senza presentare il conto a nessuno davanti agli uomini . E’ chiaro che nella Genesi la discendenza femminile di Adamo all’inizio non era nemmeno nominata perché le donne vengono dette “ figlie degli uomini “ ( Gen. 6,1),  mentre gli uomini vengono chiamati "Figli di Dio" , in seguito invece verrà dato anche alle  donne  un nome e ne sarà segnalata la nascita nella discendenza dei patriarchi . E, non essendoci una proibizione esplicita nella legge , un fratello poteva prendere in moglie una sorella per formare una famiglia e avere figli e figlie  che popolassero la terra , secondo l’ordine di Dio impartito ad Adamo . L’uomo era ancora  integro anche sul piano fisico oltre che sul piano della morale naturale , ecco che da una sola coppia è stata generata l’umanità intera come dice la bibbia .

Non c’era una  la legge scritta e quindi il divieto di prendere in moglie una o più “sorelle “ visto che la vita dell’uomo non si riduceva  a  70-80 anni per i più robusti ma poteva superare quasi i mille anni e non esisteva ancora   il concetto di peccato o trasgressione  negli atti umani .

 Sulla terra in pratica non c’era un ‘autorità incaricata di dirimere le questioni  di convivenza e l’uomo singolo decideva ciò che era bene o male fare, in base alla sua coscienza, dato che uno di loro nella sua malvagità arrivò a dire : “Ho ucciso un uomo per una mia scalfitura e un ragazzo per un mio livido . Sette volte sarà vendicato Caino ma Lamech settantasette “ (Gen. 4 ,23). Quindi non esistevano ancora raggruppamenti di famiglie con alla guida anziani che dirimessero questioni in base alla tradizione dato che si conosceva bene l’origine da una sola coppia .Ma la mancanza di un autorità che stabilisse la giustizia tra gli uomini portò alla risoluzione divina di eliminare l’uomo dalla faccia della terra poiché i suoi pensieri non erano altro che “ male “ (Gen. 6,2).     Il male per l’autore della Genesi, che non conosceva la legge posteriore , possiamo delimitarlo elencando alcuni giudizi da lui espressi . L’umanità era diventata malvagia e omicida e la famiglia , primo nucleo sociale , era disprezzata in quanto l’uomo vide “ le figlie dell’uomo e ne prese in moglie quanto ne volle “ .  Un uomo che fosse campato 900 anni come Adamo e avesse preso tutte le moglie che avesse voluto , come avvenne per i discendenti di Caino , avrebbe riempito la terra in pochi secoli  . Quindi la vita umana fu ridotta al massimo a 120 anni ( Gen.6,3).

Questa  prima umanità  senza alcuna autorità e senza nessun codice morale esterno da osservare , fu quell’umanità che, molto probabilmente, costruì le grandi piramidi egiziane , quelle più antiche , raggiungendo discreti  livelli tecnologici  come attesta la stessa bibbia  . Questi uomini , originariamente buoni per natura , ma diventati perversi col tempo , non avevano alcuna autorità e dettame morale esterno ; grandi costruttori ma  divennero perversi  nel tempo e, proprio  in mezzo ad essi, Dio vide un uomo giusto, Noè, che non potè sopprimere perché aveva conservato una bontà naturale come Dio avrebbe voluto . Così Noè fu salvato insieme alla sua famiglia mentre il braccio destro di Dio distrusse l’umanità con l’acqua, come attesta la stessa erosione sulla Sfinge egiziana che ora  sorge in pieno deserto  .  Di questa  umanità dei primordi  che fu giustiziata da Dio a causa della sua iniquità sono rimaste poche tracce che pian piano però   stanno emergendo, dove è attestata la loro grande capacità tecnologica rispetto all’umanità posteriore, magari  con una vita più breve ma ben più regolata  da norme esterne . Però con la nuova umanità ,quella del dopo diluvio , discendente da un uomo giusto , Dio cambia registro : “Abele” non resterà più impunito e non prevarrà più la legge della giungla o della forza, dove la morale è dettata dalla coscienza dell’uomo che non ascolta i dettami della ragione .

 Questa volta Dio prende delle precauzioni ordinando  : “ Chi sparge il sangue dell’uomo,dall’uomo ( stesso ) il sangue sarà sparso perché a immagine di Dio Egli è fatto “  (Gen. 9,6) .     Non più quindi la regola  : “ nessuno tocchi Caino “ ma : “Dio domanderà conto del sangue dell’uomo all’uomo stesso ! “ (Gen.9,5 ). Guai, quindi , a chi lascerà libero Caino in circolazione ! Non è una morale diversa attuata da Dio nei confronti della seconda umanità, ma solo il ricorso a un sistema normativo precauzionale per aumentare la durata della vita umana sulla terra .    L’umanità che ha come battistrada la legge naturale dura più a lungo perche è come una carrozza che cammina sui binari  di ferro già tracciati  . Sarà l’uomo stesso incaricato di vigilare sul comportamento dell’uomo e , naturalmente, non sarà il singolo uomo a farsi più giustizia da solo,ma sarà un’ autorità solo umana che deciderà le “ cose umane “.    Quindi sarà “l’uomo” che spargerà il sangue dell’uomo iniquo e non viceversa . “ Occhio per occhio, dente per dente “ stabilirà più tardi il Levitico  .     Ecco allora incominciare ad approssimarsi all’orizzonte una figura Terza che dovrà provvedere alla giustizia , anzi delle norme non ancora scritte ; una specie di autorità imprecisata,  incaricata di giustizia , chiamata dalla stessa bibbia  :“ il vendicatore dell’uomo” . Con questa autorità Dio non devasterà più la terra anche se la malvagità dell’uomo sarà grande . Sarà l’uomo stesso che , malvagio o non malvagio, singolarmente nei suoi rapporti personali con Dio , attuerà una giustizia,  espressione di una giustizia divina sull’uomo stesso e placherà la sua ira  perché Dio vedrà il sangue iniquo sparso e ne sarà consolato .

 

giovedì 17 novembre 2016

Le sviste dei cattolici “illuminati”


Le sviste dei cattolici “illuminati”


Eugenio Corti di Eugenio Corti

[Da «Il fumo nel tempio», Ares, Milano 2001]

(aprile 1974)

Emmanuel Mounier

Sappiamo tutti che Mounier e la sua rivista Esprìt
(coi loro annessi in Francia e altrove) stanno a monte delle spinte e spintoni con cui, da un po’ di anni a questa parte, certi cattolici ’illuminati’ si sforzano di costringere (e in effetti ogni tanto costringono) la Chiesa a seguire un indirizzo ’rivoluzionario’ e di apertura al comunismo.

Esprit che — dopo un’accurata preparazione — iniziò le pubblicazioni nell’ottobre 1932, aveva per programma di essere «un laboratorio in cui si cercano di definire le posizioni fondamentali dell’ordine di domani». Si dimostrò fin dai primi numeri accesamente progressista, tanto che il 2 novembre 1932, dopo l’uscita del secondo numero, l’amico nonché ispiratore Maritain scrisse al suo direttore Mounier: «Non soltanto lei non osa dichiararsi cattolico, ma si mette dall’altra parte della barricata, rivoltandosi in malo modo contro ’tutti’ i cattolici... per lusingare i rivoluzionari».

Abbiamo ricercato, nel fitto carteggio intercorso tra Mounier e Maritain prima e dopo la nascita di Esprit, se l’intellettuale cattolico Mounier — intimamente suggestionato e quasi abbagliato dalle teorie comuniste — si sia oppure no posto il quesito elementare: che cosa tali teorie, allora già da diversi anni in corso d’attuazione in Russia, stessero producendo nella realtà. E abbiamo riscontrato che in effetti — precisamente nel periodo di maggior fervore nella preparazione della rivista — la questione fu posta.

Leggiamo infatti nella lettera di Maritain a Mounier del 14 febbraio 1931: «La prossima riunione avrà luogo domenica primo marzo. Spero verrà Massignon e ci parlerà delle sue impressioni sulla Russia». E più avanti: «Quanto all’incontro con Massignon, bisognerà che sia particolarmente ’privato’, ne parli perciò solo a quei nostri amici che vengono regolarmente: Izard, Déléage, Francois, Henry...». Delle impressioni riferite da Massignon in questo e in successivi incontri (nel carteggio Massignon viene nominato altre volte) non c’è traccia: devono però essere state quanto mai positive, se Mounier si buttò senz’altro a teorizzare una sorta di collaborazione dei cattolici con i comunisti, fino a urtare ancora una volta Maritain, che nella lettera del 21 maggio 1933 afferma: «Ho letto l’ultimo numero di Esprìt... Fare una rivoluzione in due tempi, prima ’collettivista’ in collaborazione con i comunisti, e poi ’personalista’ (cioè cattolica, nota d. r.) è cosa idiota... È fin troppo chiaro che tra il primo e il secondo tempo (i cattolici) saranno spazzati via; almeno quelli che non passeranno allegramente al comunismo».

Non per questo Mounier cambiò orientamento: a controprova della sua imperturbabilità leggiamo ad esempio nella sua lettera del 14 giugno 1933 a Maritain: «II canonico R. dell’Azione Cattolica viene a trovarmi» e parlando del comunismo dice: «il Santo Padre vi vede, con una intuizione che io credo provvidenziale, tanto è importante per lui e persistente, una forma dell’anticristo...»; dall’alto della propria sufficienza, Mounier commenta che un tal modo di vedere le cose è «mescolanza di malintesi e di miti».

Se nella mente del papa c’erano dunque «malintesi e miti», vediamo qual era la realtà. Erano quelli, in Russia, gli anni della collettivizzazione forzata della terra, i più atroci mai attraversati dal paese. Degli orrori della collettivizzazione (in seguito riconosciuti, almeno in parte, dagli stessi comunisti) abbiamo oggi in Occidente diverse testimonianze dirette; molto viva è quella di Vassili Grossman da cui, per ricostruire sinteticamente la situazione, riportiamo quanto segue: dapprima, nel 1929, le autorità «annunciarono apertamente che bisognava sollevare il furore delle masse contro i kulaki (qualcosa come i nostri ’coltivatori diretti’, nota d. r.): annientarli tutti come classe, i maledetti». In effetti vennero tutti strappati dalle loro case e deportati a morire quanti erano: «Da ogni villaggio una colonna di gente... Li spingevano a camminare sotto la scorta della Ghepeù come assassini: nonni e nonne, donne, bambini... La gente sussurrava "Cacciano via il kulaccame" ed era come se vedessero dei lupi. E certuni gli gridavano "Maledetti!"; loro non piangevano neanche più, erano diventati di pietra».

Dopo di che — cessata la produzione di quelli, e non avendo molti contadini degli strati inferiori, inquadrati forzatamente nei colcozi, provveduto bastantemente alle semine — venne requisito tutto il grano prodotto: «Le consegne che fissarono per il nostro villaggio furono tali che non avremmo potuto effettuarle in dieci anni. Al Soviet si ubriacarono per lo spavento anche quelli che di solito non bevevano...» Nelle isbe dei villaggi le squadre comuniste «cercavano il grano come se non fosse grano, ma bombe, mitragliatrici. Saggiavano la terra con le baionette, sfondavano tutti i pavimenti...» Per i contadini ebbe inizio la fame: «E così la grande paura. Le madri guardavano i bambini e cominciavano a gridare dalla paura. Gridavano come se in casa fosse entrato un serpente...» Passato un certo tempo anche «i bambini urlavano, non dormivano; chiedevano pane anche di notte». Divennero simili a piccoli spettri: «Hai mai visto — ne hanno pubblicato le fotografie sui giornali — i bambini nei lager tedeschi? Tali e quali anche i nostri...» Seguì una «moria generale. Dappprima i bambini, i vecchi, poi l’età media. In principio li sotterrarono, poi non lo fecero più. Così i morti si ammucchiarono nelle strade, nei cortili, e gli ultimi rimasero nelle isbe. Tutto si fece silenzioso». A Kiev molti contadini «affamati strisciavano in mezzo alla gente: bambini, nonni, ragazzette, e non pareva nemmeno che fossero esseri umani, ma una sorta di cagnetti o gattini schifosi, su quattro zampe... Ogni mattina passavano delle piattaforme speciali trainate da cavalli e raccoglievano quelli che erano morti durante la notte».

Il numero complessivo dei morti lo comunicò dieci anni più tardi Stalin a Churchill, che lo riferisce nelle sue memorie: «Dieci milioni — rispose Stalin alzando entrambe le mani — fu una lotta terribile che durò ben quattro anni» (1). Gli anni della lotta dei comunisti contro i contadini inermi vanno dalla fine del 1929 al 1933: fu precisamente in questo periodo che Massignon visitò la Russia, tornandone tanto entusiasta.

C’è nelle pagine di Vassili Grossman un piccolo episodio, la descrizione della visita di un autorevole personaggio francese: leggendolo ci siamo chiesti se per caso non si trattasse proprio di Massignon, sebbene nel testo il personaggio venga definito «un ministro». Dice Grossman: su un giornale apparve «un articoletto, che era arrivato un francese, un ministro famoso, e l’avevano portato nella regione di Dnepropetrovsk dove c’era la carestia più terribile, anche peggiore della nostra: laggiù la gente mangiava la gente. Ed ecco che l’avevano condotto in un villaggio, nel piccolo giardino d’infanzia di un colcoz, e lui a domandare: "Che cos’avete mangiato oggi per pranzo?" E i bambini a rispondere: "Minestra di pollo con tortellini e polpette di riso..." Uccidevano milioni di persone e riuscivano a ingannare tutto il mondo!»

Raniero La Valle

Singolare analogia con la visita di Louis Massignon in Russia ci sembra presenti quella, tanto più recente, del nostro Raniero La Valle in Cina. Questo autorevole giornalista (spiritualmente imparentato — attraverso Dossetti — con Mounier e gli altri novatori francesi) va acquistando una sempre maggior preminenza nel gruppo dei cattolici ’illuminati’ italiani che, anziché accettare direttive dai pastori, sempre più spesso alzano la voce per dare essi stessi — da nessuno richiesti — direttive ai pastori.

La Valle ha dunque visitata la Cina nell’autunno del 73, scrivendo poi un servizio pubblicato con rilievo su Il Giorno del 4 ottobre, sotto il titolo: Dio nel paese di Mao. In tale articolo La Valle se la prende con l’infelicissima Chiesa cattolica cinese: munito di paraocchi simili a quelli di Massignon e di Mounier, egli non si preoccupa minimamente d’indagare lo stato reale di quella Chiesa: di accertare per esempio se i suoi membri siano stati o no coinvolti nelle tremende carneficine d’inermi che secondo gli ultimi studi (come quello autorevole pubblicato da Richard L. Walker nel 1971) hanno causato nel paese forse più di 60 milioni di vittime (2).

Evidentemente secondo La Valle i comunisti sono persone troppo esemplari per poter compiere alcunché di simile; in perfetta buona fede egli non lo sospetta neppure. Se la prende dunque con quella provatissima Chiesa cattolica: «Sono andato a messa nella cattedrale di Pechino» scrive, e sottolinea «regolarmente aperta al culto», nella quale però «il popolo giustamente non c’era». Perché giustamente? «II celebrante» egli spiega «voltava le spalle al popolo... la lingua era il latino... le letture erano sussurrate sotto voce. Sarebbe difficile attribuire all’ateismo di stato vigente in Cina la responsabilità di tale squallore, e non invece alla sterilità pastorale di una Chiesa tutta latina». Ecco il vero orrore ch’egli ha scoperto in Cina: usano ancora la liturgia preconciliare nella celebrazione della messa! Afferma: «È da qui che bisogna partire se si vuole aprire un discorso sulla natura dell’ateismo cinese e della sua lotta antireligiosa, che non è stata lotta contro il Vangelo». Anzi «la forma che oggi la religione assume in Cina», ci illumina tutti La Valle, «è il maoismo, in quanto momento unificante tra ordine della natura e ordine umano». Conclude: «La vecchia Chiesa rimasta in Cina, anche se officiata da vescovi e preti cinesi, appare oggi pressoché inservibile, se non passa anch’essa attraverso la sua rivoluzione culturale».

Viene spontaneo chiedersi che impressione debba aver fatto ai poveri preti cinesi di Pechino un simile visitatore il quale, anziché informarsi almeno, con un minimo di carità, della sorte dei suoi fratelli in Cristo (il popolo — come dice lui stesso — in chiesa non c’era), giudica e ragiona con una così atroce inconsapevolezza. Abbiamo detto che lo studio di Walker sul costo umano del comunismo in Cina è del 1971: non comprende quindi il recentissimo eccidio dei ciechi, dei lebbrosi, dei pazzi, degli storpi e degli incurabili in genere, che fu compiuto dopo tale data (forse dal deposto Lin Piao, i cui seguaci stanno oggi tentando di riprendere il sopravvento). Almeno di questo eccìdio, così vicino nel tempo, La Valle qualcosa avrebbe pur dovuto sospettare: perché notizie — se pure frammentarie — ne sono state ripetutamente portate in Italia: non tanto da pubblicazioni, che senza dubbio La Valle ritiene doveroso non leggere, quanto dai tecnici e dagli operai delle imprese italiane che hanno lavori laggiù.

Del resto sarebbe bastato un po’ di fiuto professionale: un altro giornalista italiano per esempio, Pietro Gheddo, in un viaggio nell’aprile-maggio dello stesso 1973, notò subito l’assenza dalle strade della Cina dei menomati sempre numerosi nei paesi del ’terzo mondo’ (come in Palestina al tempo di Gesù), e ne scrisse nel numero di novembre della sua rivista Mondo e missione: «In Cina non si vedono più né zoppi, né ciechi, né drogati, né pazzi, né lebbrosi, relitti umani di cui il paese offriva in passato un ampio campionario. Non se ne vedono a Canton, città con più di quattro milioni di abitanti, ma chi ha girato tutta la Cina e vive da molti anni in questo paese mi assicura che anche in altre città non si vedono minorati permanenti o pazzi. Visitando l’ospedale di Canton ho chieso se avevano un reparto per i lebbrosi ed i pazzi. La domanda è rimasta senza risposta. Forse gli incurabili sono stati eliminati? Qualche straniero lo afferma con convinzione».

Se non fosse materia troppo tragica e troppo grondante sangue, si potrebbe davvero fare dell’ironia sull’illuminato La Valle il quale, col suo tono abituale, insieme pretenzioso e dimesso, sentenzia fresco fresco: «la forma che oggi la religione assume in Cina è il maoismo».

Gli ’illuminati’ minori

Rimane poco spazio per soffermarci su altri personaggi minori che pure fanno parte del gruppo dei cattolici ’illuminati’ i quali si atteggiano a maestri dei vescovi e del papa, e anzi, all’occasione, perfino a ’correttori’ delle sacre scritture (Gozzini). Va subito detto che tra costoro ci sono parecchi esibizionisti: individui che, per esempio, se l’attenzione del mondo cattolico si fìssa su un dato luogo (poniamo Nomadelfia), corrono a operare in quel luogo, se poi l’attenzione si sposta su un altro (poniamo su Sotto il monte), corrono a operare in quell’altro, e oggi nell’acceso dibattito intorno al divorzio sono felici di proclamare il contrario di ciò che proclama la Chiesa, ricevendone dai divorzisti la mercede cui sopratutto aspirano: una citazione, o addirittura un articolo di elogio sulla prima pagina di qualche grande giornale laicista.

Oltre a costoro ci sono anche gli esponenti di certe organizzazioni operaie cattoliche — come le Acli e i sindacati — i quali, dopo il Concilio Vaticano II, lasciati liberi di scegliere la loro linea d’azione, non hanno saputo far altro che smentire quanto avevano sostenuto fino allora (smentire cioè il programma per il quale essi stessi e tanti loro compagni avevano lottato nelle fabbriche, non di raro con autentico eroismo) per accodarsi ai loro precedenti avversari. Ormai non più ritenuti tali, grazie appunto agli insegnamenti illuminanti di Mounier e degli altri progressisti, francesi e nostrani.

Al pari dei sopradetti esibizionisti costoro avrebbero oggi in realtà un peso molto modesto nel mondo cattolico (in che credibilità potrebbe sperare chi, col suo comportamento, da una patente di cecità, se non dì falsità, a tutta la propria azione precedente?) se non fosse per una situazione nuova e insidiosa venutasi a creare.

Da un certo tempo in qua infatti, i maggiori mezzi della comunicazione sociale (sopratutto i grandi giornali, appartenenti a materialisti non importa se di destra o di sinistra), formano ormai un assordante concerto unico, in ogni momento disponibile per soverchiare le voci che cercano di sostenere i veri diritti dello spirito. Questi grandi giornali raccolgono — in quanto utile per la loro battaglia scristianizzante — ogni voce dei cattolici polemici verso la Chiesa, e la amplificano enormemente, con un clamore che di fatto copre ogni altra voce. Per parte sua la televisione di stato — anche quella che viene considerata cattolica — concede puntualmente agli ’illuminati’ uno spazio sproporzionato.

Così molti credenti odono di continuo la voce di questi personaggi, e si chiedono se non sia addirittura la voce genuina della Chiesa; siccome essa contrasta con ciò in cui credono, finiscono col non saper più cosa credere: lentamente la loro fede si affievolisce. (Ci torna in mente la «Chiesa che è in Babilonia» di cui parlava l’apostolo Pietro).

 

 

Il progressismo


Il progressismo


Giuseppe Siri del Cardinal Giuseppe Siri

Oltre trent'anni fa, un’acuta e impietosa disamina del fenomeno progressista da parte di un grande Pastore. Un salutare antidoto contro i luoghi comuni del cattolicesimo sedicente «adulto»: presi di petto «sociologismo», storiografia progressista, «libero esame», «allegre» teologie, acquiescenza al mondo, rifiuto dell’apologetica, riabilitazione degli eretici, indisciplina endemica, crociate antitrionfalistiche e antigiuridicismo.

[Dalla «Rivista Diocesana Genovese», gennaio 1975, pp. 22-36]

Viviamo nell’epoca delle «parole». Per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (
slogans). Per abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole.
Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati.
Comincio pertanto a pubblicare delle note chiarificatrici. Spero che il nostro clero vorrà leggersele bene, per evitare una sorte ingloriosa.
Cominciamo dal termine più in voga, usato come un fendente o come una protezione per il proprio operato: «progressismo».
Di tanta gente si dice che è o non è «progressista». Vediamoci chiaro e, se ci fosse da restituire un termine alla esatta funzione, non coartata, come è serena e dolce la nostra italica parlata, non bisogna ricusare quel merito.
Elenchiamo pertanto i casi più frequenti nei quali si usa il termine «progressista». Porgiamo uno specchio perché ognuno ci si guardi.

1. Essere indipendenti dalla logica teologica

Molte volte il «progressismo» significa questo, o, piuttosto quando ci si attribuisce una tale indipendenza, ci si gloria di essere «progressista». Vediamo dunque che vuol significare. Le conclusioni a poi.
Che è questo «disimpegno totale dalla logica teologica»?
Logica teologica è l’insieme di queste norme, applicando le quali si può documentatamente arrivare ad affermare come rivelata od anche come semplicemente certa una proposizione.
Queste norme, costituenti la logica teologica, in realtà si riducono (parliamo, si badi bene, della «logica», non della Rivelazione) ad un principio: il magistero infallibile della Chiesa. Infatti è al magistero infallibile della Chiesa, sia solenne, sia ordinario, che è affidata la certa autentica interpretazione sia della Scrittura che della divina tradizione. Ed è logico. Infatti, se Dio avesse consegnato agli uomini una quantità di rotoli scritti o di nastri magnetici per far udire la viva parola e si fosse fermato lì, ad un certo punto niente avrebbe funzionato, si sarebbe trovato modo di far dire alla divina Parola tutto quello che si vuole, il contrario di quel che si vuole, il contraddittorio di quel che si vuole e non si vuole, all’infinito. La verità salvifica non avrebbe potuto funzionare tra gli uomini. Le prove? Le abbiamo sotto gli occhi e ci appelliamo solo a due.
La prima è che con una natura immensamente nitida, la storia umana ha avuto in continuazione filosofie torbide, il contrario, il contradditorio di esse. La dimostrazione di quello che sa fare l’uomo nel suo pensiero, lasciato a se stesso ed agli stimoli del proprio io o delle proprie tenebre, la dà la storia della filosofia ed ancor meglio la filosofia della storia della filosofia.
La seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio per l’oblio della logica si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte di Dio.
Il disegno divino nella istituzione del Magistero, al quale è collegato tutto quanto sta nell’opera della salvezza, si leva chiaro e necessario dal turbinio delle sfrenate cose umane.
Quello che oggi accade è la dimostrazione
ab absurdo della verità e necessità del magistero ecclesiastico!
Il magistero ecclesiastico canonizza altri strumenti che diventano così «mezzi» per raggiungere nella certezza la verità teologica. Essi sono: i Padri, i Dottori, i Teologi, la Liturgia... purché siano consenzienti ed abbiano avuto la approvazione esplicita o implicita della Chiesa. Tale approvazione rende acquisita al Magistero stesso la verità espressa da altre fonti. Nessun Teologo, nessuna schiera di Teologi o Dottori, senza questa approvazione sicura del Magistero, conta qualcosa nella affermazione teologica. Tutt’al più, se risponderà alle ordinarie regole di un metodo scientifico, potrà condurre a formulare una ipotesi di lavoro. Col che il campo resta spazzato.
Quelli che abbiamo chiamati «mezzi» di riflesso del magistero ecclesiastico costituiscono con lo stesso la «logica» della Teologia.
Questa logica è abbandonata da troppi. Ed è per questo che si leggono riviste e libri i quali contraddicono tranquillamente a quanto il Concilio di Trento ha definito, accettano modi di pensare che sono espressamente condannati nella enciclica
Pascendi di s. Pio X. nonché nel suo Decreto Lamentabili; fanno le riabilitazioni di Loisy; mettono in dubbio il valore storico dei Libri storici della Sacra Scrittura, elevano a criterio le teorie distruttrici del protestante Bultman, sentono con indifferenza le proposizioni di qualche scrittore d’oltralpe, anche se toccano il centro della rivelazione divina, ossia la divinità di Cristo.
Naturalmente trattati senza freno i princìpi, si ha quel che si vuole della morale e della disciplina ecclesiastica.
Sotto questo fondamentale angolo di visuale il progressismo consiste nel trattare come relativa la verità rivelata, nel cambiarla il più presto possibile, nel dare agli uomini una libertà della quale in breve non sapranno che farsi, di fronte all’Assoluto.
Ridotto a questa frontiera il «progressismo» coincide col «relativismo» e all’uomo, «adorato», non si lascia più nulla, neppure delle sue speranze!
Naturalmente non tutte le persone etichettate come progressisti sanno queste cose. Ma esse accettano le conseguenze e le logiche deduzioni di quello che ignorano. Se hanno una colpa — questo lo giudichi Dio! — questa consiste nel non domandare il perché di quello in cui si fanatizzano.
In ogni modo l’oblio della logica teologica funge, anche se non conosciuta, da lasciapassare per le altre manifestazioni delle quali dobbiamo discorrere.
Tutto quello che abbiamo sfornato attraverso catechismi di vane lingue, dei quali fu pieno l’aere e che potrebbe venire sfornato in catechismi futuri, significherebbe la lenta distruzione della Fede e l’inganno più colpevole perpetrato ai danni dei piccoli che crescono.
Ne si può tacere la conseguenza ultima di un abbandono della logica teologica: l’assenza della certezza nei fedeli. Alla parola di Dio si può e si deve credere; nessuno può essere condizionato, se non ha giuste e appropriate conferme, dalle opinioni dei teologi. Ricordo il mio grande maestro di Teologia, il tedesco padre Lennerz S.J., che ripeteva sempre c con ragione: «Credo Deo Revelanti et non theologo opinanti!».

2. Il «sociologismo»

Tutti quelli che amano essere chiamati progressisti fanno l’occhiolino al sociologismo anche se non sanno che cosa sia.
Esso consiste nel trasferire il fine della vita, il Paradiso, al quale tendere, la molla direttiva delle azioni, dal Cielo alla Terra. Pertanto non è il caso di occuparsi della salute eterna, bensì del benessere terreno, concentrare tutto nel dare tale benessere e godimento egualmente a tutti in questo mondo.
La manifestazione esterna di questo sociologismo è fare l’agitatore, il demagogo, il rivendicatore di beni fuggevoli, il consenziente a tutte le manifestazioni che esprimano la foga di questa tendenza.
Questo costituisce la più comune ed espressiva nota del progressismo. Sia ben chiaro che noi dobbiamo essere con la giustizia e che l’ordine della carità ci impone di avere come primi nell’oggetto dell’amore i bisognosi. Ma si tratta di altra cosa, perche il sociologismo non si cura della salvezza eterna dei poveri ed usa tutti i metodi, anche immorali, che giudica bene o male favorevoli al benessere terreno, cercando di fatto di mandarli all’inferno.
Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di sociale o di rosso sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo solo che in realtà accettano le conseguenze di una concezione materialistica del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole!
Forse si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e, quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e intanto si intascano. Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano.

Le massime del sociologismo avendo qualche — solo qualche — contatto con la dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici, sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una via brevissima per stare al passo coi tempi!
Ma si sa dove vanno i tempi?

Questa terribile domanda, con quello che coinvolge, non se la rivolgono. Le esperienze dove sono arrivate, dove si sono fermate? E proprio necessario rinnegare il Cielo, la carità verso tutti, per portare benessere ai nostri simili? E proprio necessario essere rivoltosi, travolgere dighe, distruggere sacre tradizioni per rendersi utili ai nostri simili?

Ma, infine, nel Santuario, al quale siamo legati da sacre promesse, tutto questo è progresso, o non piuttosto congiura per strappare agli uomini l’ultimo lembo dell’umana dignità e della speranza eterna?

3. La nuova storiografia

Per i colti il progressismo ha un modo suo di rivelarsi a proposito di storia; sono progressista se giustifico Giordano Bruno, sono conservatore se lodo l’austero san Pier Damiani. Tutto qui!
Ripetiamo che si parla di storiografia nell’area della produzione, che vorrebbe chiamarsi «cattolica». Dell’altro qui non ci interessiamo.
La parte maggiore della produzione — ci sono, è vero, nobili e importanti eccezioni — pare obbedisca, per essere in sintonia col progresso, ai seguenti canoni:
— la società ecclesiastica è la prima causa dei guai, che hanno colpito i popoli;
— la Chiesa — detta per l’occasione postcostantiniana — avrebbe fatto con continui voltafaccia alleanza coi potentati di questo mondo per mantenersi una posizione di privilegio e di comodità;
— le intenzioni impure, le più recondite e malevole, vengono attribuite a personaggi fino a ieri ritenuti degni di ammirazione. Per questo sistema di giudizio alcuni Papi sono stati quasi radiati dalla Storia, non si sa con quale motivazione;
— tutta la storia ecclesiastica fino al 1972 è stata panegirica, unilaterale, concepita con costante pregiudizio laudatorio, mentre non è che un accumulo di pleonasmi i quali hanno alterato il volto di Cristo. Questa conclusione — tutti lo vedono — costituisce il fondamento per distruggere il più possibile nella Chiesa e ridurla ad un meschino ricalco del Protestantesimo. San Tommaso Moro, martire, è stato messo addirittura sul piano di Lutero;
— le vite dei Santi vanno riportate a dimensioni «umane» con difetti, peccati, persino delitti, mentre gli aspetti soprannaturali tendono ad essere relegati nel solaio dei miti;
— il valore della Tradizione e delle tradizioni è del tutto irriso, con evidente oltraggio alla obiettività storica, perché, se non sempre, le tradizioni che attraversano senza inquinamenti i secoli hanno sempre una causa che le ha generate.
Si potrebbe continuare.
Ma non si può tacere il rovescio della medaglia: i personaggi vengono magnificati perché si sono rivoltati, perché hanno messo a posto la legittima Autorità, perché hanno avuto il coraggio di distruggere quello che altri hanno edificato, hanno rivendicato la «libertà» dell’uomo con la indipendenza del loro pensiero, incurante della verità. Gli eretici diventano vittime, mezzi galantuomini... qualcuno ha osato parlare di una canonizzazione di Lutero. È condannevole chi ha difeso la libertà della Chiesa, la libertà della scuola cattolica, che ha imposto ai renitenti la disciplina ecclesiastica. Tutti sanno la sorte riservata a coloro che ancora osano salvaguardarla!
Si capisce benissimo la logica interna di questo andazzo della storiografia: la santità, la penitenza, la vera povertà, il distacco dal mondo hanno sempre dato fastidio e continuano a darlo dalle tombe, come se queste non potessero mai essere chiuse.
È difficile sia accolto nel club progressista chi dice bene del passato!

4. La Bibbia va interpretata solo e liberamente dai biblisti. È questo un caposaldo d’obbligo del progressismo.

Siamo arrivati ad una questione, o meglio ad una affermazione veramente nodale in tutta la storia del progressismo ecclesiastico moderno.
Bisogna rifarsi ai fatti, i quali non cominciarono precisamente in quella seconda seduta del Vaticano secondo, nella prima sessione, nella quale taluni gioirono, credendo che due interventi niente affatto felici avessero posto una buona volta la scure alla radice della divina tradizione ed avessero spianato la via alla conversione verso il Protestantesimo.
Quei due interventi, consci o no di portare l’afflato di male intenzionate persone, avevano dei precedenti. Eravamo presenti in mezzo a tutti gli avvenimenti e siamo ben sicuri di quello che diciamo. Da tempo, e molti atti di Pio XII ne fanno fede, il bacillo di volere interpretare la Sacra Scrittura in modo «
privato» detto scientifico era entrato, pur non osando entrare nella editoria di divulgazione per la stretta vigilanza degli Imprimatur. La storia è dunque assai vecchia, ma solo negli ultimi tempi è diventata di portata comune. Eccone i punti.
— La filologia, la archeologia, le ricerche linguistiche, i procedimenti comparati (
ad usum delphini), ma soprattutto le svariate opinioni di tutti gli scrittori specialmente d’oltralpe, ai quali generalmente si fa credenza solo citandone il nome e il titolo (mai o quasi mai chiedendo le ragioni e vagliandole), costituiscono il vero, unico modo de facto di interpretare la Bibbia.
Non importa si pronunci una parola; la pronunciamo Noi:
questo è libero esame, perché sostituisce il «placitum» privato al primo vero mezzo stabilito da Dio per la interpretazione della sua natura: il Magistero. La parola «libero esame» viene accuratamente taciuta e continuamente applicata.
— Il complesso sopra citato, a parte che è la ripetizione di teorie propinate nel secolo scorso e sulle quali le scuole cattoliche hanno riso per più di mezzo secolo, è soggetto ad un flusso e riflusso, ad un susseguirsi di affermazioni e di smentite, ad una produzione di fantasia, che da solo non può essere, in cosa tanto grave, vera garanzia.
— La ermeneutica cattolica ha sempre insegnato che la prima interpretazione delle Scritture, comparata con le Scritture e con la divina tradizione, riceve la autentica garanzia di certezza dal Magistero.
Se la scioltezza di interpretazione della Bibbia da ogni vincolo precostituito da Dio stesso si chiama «progresso», ciò significa che
tale progresso porta con sé alla eresia ed alla apostasia. Come è ben sovente accaduto sotto gli occhi di tutti. Ogni elemento è utile alla più adeguata interpretazione della Bibbia, certo! Ma il primo, condizionante tutti gli altri, è quello che ha determinato Iddio. Niente di più logico e di più ovvio.
Non è compito di questa lettera vedere le conseguenze pratiche di tutto ciò. La materia biblica non è in fin dei conti una materia esoterica, nella quale solo gli iniziati possono entrare con perfetta riverenza e grande circospezione. Qualunque uomo, pratico di pensiero e di logica, messo dinanzi ad una protasi (putacaso una locuzione siriaca) ed una apodosi (p.e. la interpretazione di un passo di Matteo) quando la prima gli è spiegata (e non occorre molto; spesso basta un dizionario), è in grado di vedere se è valevole il rapporto di causa, di effetto affermato tra i due termini. Non è il caso di assumere la sufficienza che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole «sostanza» ed «accidente» cavandone la inesistenza della peste. Il che non era vero!
Insistiamo sull’argomento perché proprio qui sta un centro di tutto il fenomeno che va sotto il nome di «progressismo».

5. Le allegre «teologie»

Pare che un buon progressista si debba mettere qui in fila.
Ecco il fatto: si sta costruendo una teologia per ogni cosa, a proposito e a sproposito: del lavoro, dell’uomo (antropologia), della tecnica, delle comunicazioni sociali, della comunità, della morte di Dio (?), della speranza, della liberazione e della rivoluzione... Quasi tutte queste voci sono decorate di notevoli volumi. Non c’è alcun dubbio che tale proliferazione è una delle più grandi caratteristiche del progressismo. Vediamo di capirci.
Queste sono vere «teologie», anzitutto?
È «teologia» quella in cui le affermazioni sono dimostrate dalle fonti teologiche. Quando le affermazioni vengono basandosi sui criteri di qualunque manifestazione saggistica,
non abbiamo Teologia. Avremo tutto quello che si vuole, vero o falso, ma certo non avremo Teologia. Queste teologie, salvo in qualche parte e taluna soltanto, non sono affatto «Teologia». Noi dobbiamo protestare contro l’abuso di un termine che la fatica dei secoli ha reso venerandi e assolutamente proprio.
In secondo luogo dovremmo porci la domanda se queste teologie contengono verità. Non è nell’intento e nell’assunto di questa nota occuparci del merito, ossia dei «contenuti» di queste teologie o sedicenti teologie. Ci limitiamo solo a fissarne alcuni caratteri comuni.
— Lo schema di queste teologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente.
— Difatti puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il «sociologismo», del quale abbiamo già parlato e che tiene il campo, deriivando da un principio messo dal cristianissimo e devoto Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato i suoi più o meno stanchi assertori.
Sarebbe forse questa la «Nova Theologia»? Risentiamo ancora oggi con perfetta vivezza una voce potente, modulata magnificamente in modo oratorio, che nel Vaticano secondo si levò per chiedere — con altre cose — una «Nova Theologia». Non potevamo vedere dal nostro posto il Padre al quale apparteneva quella magnifica voce. Sono passati più di dieci anni e non sono riuscito a capire che cosa l’Oratore intendesse propriamente per «Nova Theologia». Se le varie teologie delle quali abbiamo parlato, denominandole «allegre», sono una risposta alla domanda, bisogna dichiararsi al tutto insoddisfatti.
Ma sotto il fatto, presentato come un fenomeno «caratterizzante il progressismo», c’è ben altro e ben più importante.
C’è la valutazione negativa di tutta la Teologia fino al 1962.
E questo è grave. Infatti.
La Teologia ha condotto per tanti secoli questo grande lavoro.
Ha preso da tutte le Fonti autentiche il pensiero della rivelazione divina e, senza forzature o deformazioni (parliamo del filone, non dei cantanti
extra chorum), le ha messe insieme pazientemente, riducendole in formule accessibili all’indagine del nostro pensiero. Lavoro paziente di ricerca, di accostamento, di sintesi. A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama «istituzionalizzazione». Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato di penetrare, aiutandosi coi princìpi del buon senso umano, nella misura in cui era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce la parte «speculativa» della Teologia, senza della quale la parte sopra descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato alla intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti, ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare la Sua Rivelazione nelle forme concettuali a noi solite.
Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento, ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda, quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo la Teologia speculativa è venuta a noia; meglio è dilettarsi sulle «variazioni» estranee al metodo.
Tutto ciò è in odio alla Teologia. Non dunque «Nova Theologia», ma «anatematizzata Teologia».
La Teologia, occupandosi del pensiero da Dio comunicato agli uomini, ha da camminare fino alla fine dei tempi e solo così compirà la sua missione. Vi sono in essa filoni ancora inesplorati, che possono dare ansa al genio di molti santi Tommasi d’Aquino. Ben vengano, ma sarà una cosa seria!
La questione sarà chiarita da quanto stiamo per dire a! numero seguente.

6. Accogliere ed imparentarsi quanto è possibile con tutte le varie filosofie

Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di «progressista». Un principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il messaggio cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della rivelazione divina.
Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più.
Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili, anche omeopatiche, si da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica.
Guardiamo bene in faccia questa faccenda.
— Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano. È vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i placita di moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade net nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono sconosciuti ai più e sono, comunque, morti.
— Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che non esiste.
La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre la Parola di Dio a seconda di questo cangiante scenario, si accetta che non esiste la verità, la Rivelazione, Dio. La consequenzialita è tremenda, ma non la si sfugge. Lo stesso vale per la reinterpretazione del dogma.
Il progressismo qui accetta il relativismo. Che cosa può più difendere nella Fede? È distrutto tutto. Non eresia, ma anche apostasia!
Con tutto questo non si esclude affatto che le diverse e contraddittorie manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela il suo linguaggio ed i suoi mezzi espressivi.
La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene.

7. Il rifiuto della apologetica

Siamo sempre nel bagaglio che autorizza ad essere progressisti.
Le premesse della Fede (apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il progressismo accetta il relativismo (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva. Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede
devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da dimostrare? Niente.
Difatti in campo biblico si mette in dubbio o il testo qualunque o il significato che la Chiesa (Magistero) gli ha sempre attribuito, si mette in dubbio la storicità dei Vangeli, della Resurrezione di Cristo... Non occorre dimostrare queste cose. La Fede viene bene e la si tiene; è inutile cercare degli elementi di prova.
Non vale che nessun libro storico della antichità abbia dimostrazioni di critica esterna e interna, quale hanno i libri della Bibbia. Queste cose non servono più.
Abbiamo visto e vediamo tuttora tanta gente tornare a Dio, solo perché è possibile dare una dimostrazione scientifica, poniamo dello Evangelo di Matteo. Ma bisogna rinnegare anche questa onesta capacità che il Vangelo di Matteo — come gli altri — ha di farsi precedere dalla più rigorosa documentazione della sua autenticità.
Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di «apologetica» ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto; era manovrato da chi tacendo lo sapeva.
Molti che nella più perfetta buona fede hanno dato un certo ordine nuovo alle materie teologiche da studiare, ordine al quale mai abbiamo consentito, non sapevano di eseguire un comando del modernismo latente sotto la cenere.
Il silenzio in fatto di apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la apologetica, il fingere di ignorare la sequela logica dei «perché» della mente degli uomini, indica
fin dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti.
Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo. Forse il rifiuto della apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice. Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire accolta dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo?

8. La riabilitazione degli eretici

Qui c’è la larghezza di cuore del progressismo.
Abbiamo già ricordato al n. 3 la trovata di chi ha proposto la canonizzazione di Lutero. Ma c’è altro: i colpiti dagli anatemi del passato riscuotono una notevole simpatia ed hanno molti avvocati difensori, per lo meno in cerca di attenuanti. Giordano Bruno, ad esempio, in talune riviste riemerge dalle ceneri con l’aria di dire «mi avete fatto aspettare quattro secoli, ma ce l’ho fatta». Gli scritti di autori protestanti, che dovrebbero essere all’Indice in forza del canone 1399, sono citati abitualmente al posto di sant’Agostino e di san Tommaso. L’euforia più entusiasta accoglie tutti quelli che sono stati colpiti da censure canoniche, mai come oggi, meritate.
Ma, è normale tutto questo?
I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi, che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano «degeneri».
Evidentemente la capacità logica di distinguere tra la divina istituzione della Chiesa e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto.
Ma l’intendimento sotterraneo non è poi tanto invisibile. Si innalzano le presunte vittime del magistero ecclesiastico, per colpire il magistero ecclesiastico; si magnificano i distruttori della disciplina ecclesiastica per umiliare quella Gerarchia, che tutela la stessa disciplina. Agli eretici ed ai ribelli consiglieremmo di non fidarsi troppo di tali contorti amici.
Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più bambinesche passioni umane.
Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati, rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti «arrivare»; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I peggiori!
Le condanne ci sono, eccome, ma sono, in via storica, per coloro che nel passato hanno tenuto duro e fatto il loro dovere e per quelli che oggi, rendendosi conto della confusione e del regresso spirituale, vorrebbero fermarne le cause.
Si direbbe che i Santi appartengano al passato e gli eretici al futuro: è un pericoloso paradosso.

9. L’antigiuridicismo

Chi lo afferma è sempre stimato vero progressista.
Non tutti hanno il coraggio di dire che ogni legge dovrebbe essere abolita, ma moltissimi lo pensano e non vogliono rendersi conto che la legge e l’unico strumento per tenere in ordine e col minimo loro danno degli uomini liberi. L’affermazione sta proprio all’estremo confine della ragionevolezza.
La mania è come un vento del deserto, che brucia tutto e lo si trova dappertutto, anche sotto mentite spoglie. Enumeriamo le più ovvie applicazioni, alle quali un numero enorme di persone per bene abbocca, mentre potrebbe in tempo utile evitare delle dannose conseguenze.
Ovunque si vogliono le Assemblee: esse indichino, esse decidano. La ragione? Il numero diluisce e fa scomparire — così credono — uno che comandi, il regolamento che limiti. Autorità e regolamenti sono strumenti — oltre tutto — anche giuridici.
Poiché non pochi capiscono come vanno a finire le Assemblee cercano di restringere ed usare qualcosa che rassomigli ad una «assemblea ridotta» con qualche regolamento e con un responsabile. Si, parliamo di «responsabili», perché il terrore di macchiarsi di giudiricismo è tale che non si vuole più sentir chiamarsi «presidente», termine troppo giuridico, e ci si salva con una semplice variazione lessicale.
Altra forma è l’uso maldestro della «base». Diciamo maldestro perché il termine può essere usato anche in senso buono. Ma l’uso più ricorrente è quello in cui il timore del temutissimo giuridicismo è tale da far paventare le «responsabilità» (termine giuridico, oltreché morale) e pertanto tutto si scarica sulla «base».
Non diciamo affatto che i termini, qui proposti come esempio della posizione avversa al giuridicismo, siano cattivi. Tutt’altro! Diciamo solo che mascherano sulla bocca di taluni una debolezza.
Per parlare chiaro diciamo che mascherano facilmente una «ipocrisia». Molti — e lo si osserva nei gruppuscoli, anche minori — temono di dirsi «capo» o «presidente», ma aspirano in ogni modo, anche violento, a fare i «tiranni».
La verità è tutta qui: gli uomini liberi si tengono a freno, in modo da realizzare una compatibile vita sociale solo in due modi: «la violenza o la legge». Ricordiamo che la paura è un riflesso della violenza.
Non si vuole la legge? Si sceglie la violenza?
E questo sarebbe progresso? Ma si sa quello che si dice e si scrive?
Quando fu pubblicato — alla macchia — un abbozzo di «Legge Fondamentale» per il futuro Codice di Diritto Canonico, fu il finimondo, anche e soprattutto in taluni ambienti cattolici. La ragione non era tanto il fatto che quell’abbozzo metteva insieme poco opportunamente elementi di diritto divino ed elementi di diritto umano (il che sarebbe stato buon motivo per criticare), ma solo perché era una «Legge». Si preferivano dei predicozzi.
La contestazione entro la Chiesa fu tutta qui od almeno
originariamente qui. E nasceva da una mancanza di logica, come appare dal sopra detto e dal fatto che alla legge si sostituisce la forza. E pensare che a gridare più forte era gente adusa a cantare a Lodi e a Vespro l’inno alla «divina» libertà dell’uomo, o meglio della «persona umana»!
Ecco dove si arriva a forza di svuotare la Teologia e dileggiare il vecchio catechismo dalle idee chiare e precise!

10. La crociata antitrionfalistica

Chi è antitrionfalista, nessuno lo dubita, è progressista.
È la principale caratteristica esterna — ma non solo esterna — del progressismo tra i cristiani.
La parola trionfalismo, davanti alla quale tante persone sentono tremare le vene e i polsi o dalla quale si sentono spinti a far imprese giganti di ripulitura, fa d’ogni erba fascio.
Vediamo questo fascio.
L’autorità dà noia. Ne devono scomparire i segni esterni, perché muoia essa stessa di esaurimento. Essa ha bisogno di segni visibili, dato che il valore morale per il quale ordina e comanda non lo si vede e non lo si tocca. Quando cerca semplicemente di far sì che gli altrui s’accorgano di essa e del suo dovere, fa del trionfalismo.
La Fede, i Sacramenti, il divin sacrificio si manifestano attraverso atti semplici ed anche dimessi. Hanno bisogno, i fedeli, di essere aiutati a vedere quello che è reale, ma che non si vede con gli occhi della carne. Ebbene, se si fa qualcosa di esteriore che indichi la grandezza delle cose divine, la maestà di Dio, la infinita importanza del santo sacrificio ed in genere del culto divino, si fa del trionfalismo: bisogna stroncare. Ma, se si rivela la voglia di ballare a suon di ritmo durante le azioni liturgiche, non si ha trionfalismo e tutto si può fare.
Se al Tempio si dà un decoro per aiutare gli uomini a rendersi conto della grandezza di Dio, della vita, del suo fine; se si domanda per esso di tenere lontane le stranezze che disturbano, che disambientano il raccoglimento e che aiutano la devozione, si fa del trionfalismo. Spoliazione sempre!
Se si porta rispetto a! Papa, a quanto denota esternamente la Sua suprema potestà, necessaria alla Chiesa, e pertanto alla salute, si fa del trionfalismo. Bisogna umiliare, avvilire, possibilmente deturpare e lordare: quella sarebbe la vera Fede vissuta.
Chi ha pronunciato per primo la disgraziata parola «trionfalismo» non ha riflettuto che dava modo di fare una sintesi di tutti gli appetiti psicologici, patologici, distruttori che potessero trovarsi tra i fedeli e tra gli uomini di Chiesa.
Il terrore del trionfalismo fa sì che tutto starebbe bene solo nella Gehenna. Non è solo questione di gusti.
Il terrore del trionfalismo — questa parola ha quasi tanto potere di agire sugli spiritelli quanto un termine qualificativo vociferato nella politica italiana — ha delle sottospecie che si notano nel conformismo col quale si accettano e osservano — non le leggi liturgiche emesse dalla legittima Autorità — ma le mode introdotte col criterio del pugno in faccia.
Il progressismo ha aspetti che interessano il piano culturale e questo pone limiti di numero e di qualità, ma, quando mette in moto la macchina antitrionfalistica, raccoglie gente come nei paesi le bande dei suonatori.

11. La indisciplina endemica

Cova dappertutto, la paura, la timidezza, le compromissioni trovano seguaci, difensori, tutori dappertutto. Per tale motivo abbiamo usato la parola «endemica». Chi dimostra questo in modo sbarazzino ha diritto al titolo.
Guardiamo bene in faccia la triste realtà; essa sembra avere tali coordinate, tali ritmi da doversi ritenere che risponda ad un piano diabolicamente congegnato. C’è infatti una tale logica nella successione degli atti o manifestazioni di questa indisciplina che bisogna pensare ad un disegno preciso ed intelligente.
In un primo momento si è gettata una confusione nel campo delle idee. Ricordo la reazione isterica di un personaggio del quale un dipendente era stato multato da altri di «neomodernismo»! A ragione!
In un secondo momento, dopo aver gettato la confusione nella Fede, fondamento di tutto, si è aggredita la morale, per rendere nulla la norma e lasciare libertà di espressione ad ogni atto umano.
A questo punto si sono attaccati gli elementi esterni che «tenevano insieme la compagine ecclesiastica del clero»: abito, seminari, studi, con una confusione estrosissima di iniziative culturali innumerevoli.
Poi si è immessa la idea sociologistica del paradiso in terra al posto del Ciclo, della rivoluzione permanente invece della pace e si è dato un valore simbolico agli atti di culto verso un Signore ormai confinato nelle nebbie.
Si è discusso del celibato sacerdotale, anche da maestri, ignorando che la Chiesa non era stata più in grado — almeno questo! — di migliorare e fare avanzare i popoli dove il celibato era abolito. Ultimo e permanente ritrovato: discutere su cose certe, come se non lo fossero, e non lo fossero da Gesù Cristo.
Non tutti sono arrivati in fondo, molti sono arroccati senza aver una idea delle conseguenze sugli stati intermedi, altri hanno di pan passo saltato tutto e tutti. Al di sotto resta ancora il popolo, che è buono e al quale pensa Dio evidentemente. Si moltiplicano gli slogans, non si insegna il catechismo; si parla di pastorale e si disertano gradatamente tutti i ministeri; si parla della Parola di Dio e si insegna tranquillamente che è quasi tutta una fiaba, si disserta della vicinanza con Dio e si irride o la si tratta come se fosse risibile la santissima Eucarestia. Almeno in pratica. Tutto questo è progresso!

12. La bassa quota

Fin qui, non lo nego, ho raccolto le posizioni mentali e pratiche alle quali si fa l’onore di attribuire il termine «progressismo». Si tratta di quelle piuttosto intellettuali. E l’ho fatto coscientemente, perché il rimanente, specie per mezzo della comunicazione sociale, discende da quello che in un modo o nell’altro sta al piano superiore della esperienza intellettuale.
Ma c’è un «modo di agire» più semplice, più «pop», che forma il loggione per il palcoscenico descritto sopra, che costituisce il codazzo confuso e sparpagliato del corteo. In tale codazzo stanno tutti coloro che leggono a vanvera o credono di capire o non hanno senso critico per giudicare. Va da sé che la maggior parte delle cose pubblicate in campo cattolico cercano di tingersi secondo quello che piace al «progressismo». Ed ecco.
Nel clero la tessera del progressismo è l’abito, borghese naturalmente, o camuffato in modo tale da crearne la impressione. La norma italiana permette il clergyman, ma ha chiaramente detto che l’abito «normale» è la talare. Forma e colore: due cose che per l’Italia sono ben poco rispettate. Chi porta la talare sta fuori del progresso. Invece la talare, «difesa dalla norma di Legge come abito normale», permette di non perdersi mai nella massa, di restare in evidenza, di costituire una testimonianza di sacralità e di coraggio. Su questo punto credo dovrò ritornare. Infatti in questo momento il pericolo più grave per il clero è quello di scomparire. Sta scomparendo, perché tutto ormai non s’accorge nel mondo ufficiale, della cultura, della politica, dell’arte che ci siamo anche noi. Tra noi si arriva anche al punto di proclamare che non c’è più il «cristianesimo». Forse che non è indicativo il Referendum sul divorzio? Ho la impressione che quasi nessuno si sia provato a studiare il nesso tra l’esito del Referendum e l’abito del prete, tra il Referendum e la pratica distruzione in gran parte d’Italia della Azione Cattolica. So benissimo che il popolo ha ancora la Fede nel fondo del suo cuore e la rinverdisce ad ogni spinta, ma tutto il livore anticlericale e massonico che si è impadronito di quasi tutti i mezzi di espressione fa credere il contrario, agisce come se la Chiesa fosse morta (il che è tutt’altro che vero!); ma sono molti di casa nostra che danno mano a tutto questo.
Amare la promiscuità, tinteggiarsi di mondanità, discutere la legittima Autorità e Cristo che l’ha costituita, costituisce benemerenza progressista.
Andare a Taizé invece che a Lourdes o a Roma costituisce progressismo, mentre si va ad uno dei più grandi equivoci religiosi del secolo.
Animare gruppi «detti magari di spiritualità» (parola della quale si potrebbe dire come «montes a movendo, tanquam lucus a lucendo e canonicus a canendo»), nei quali ci si infischia soprattutto del parroco e del Vescovo e del Papa, costituisce una delle più soddisfacenti esercitazioni del progressismo. Invitare persone discusse, dubbie nella Fede, dubbie nella disciplina, permette l’acquisire il sorriso compiacente di quanti amano classificarsi progressisti.
Soprattutto: chi parla più tra costoro di santità, di ascetica, di mortificazione, di dedizioni senza plausi sospetti? Chi accetta la povertà, quella alla quale ci lega il nostro dovere, non ostentata, ma praticata? Nella Diocesi di Genova si sono salvati Altari e Tabernacoli, ma si deve lavorare molto per riportare tutto e tutti al vero culto della SS. Eucarestia. Quanto si parla della santissima Vergine? Recentemente si sono dette pubblicamente delle bestemmie autentiche contro la santissima Madre del Signore e nostra e — che si sappia — nessuno di quelli che le hanno ascoltate ha reagito.
Al posto delle Associazioni possono sorgere gruppi, che non impegnano nessuno, per parlare ai quali non occorre prepararsi, ma dei quali è sufficiente accarezzare le debolezze, magari ammannendo discussioni sul sesso.
Dove è andato a finire per taluni il discorso sulla purezza e sulla modestia? Non se ne parla perché, orribile a dirsi, si ha vergogna di Dio’
Ecco il progressismo «pop», da pochi soldi, ma dalle molte colpe.
Questo discorso non è affatto finito, perché si rivolge ad un fatto che tenta di mettere al posto del sacrificio, richiestoci da Dio, il nostro comodo, il nostro piacere, la nostra anarchica indipendenza. La via dell’inferno.

Conclusione

Abbiamo parlato del «progressismo», non del «progresso». Il primo cammina a grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso la eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche, che rinnovano l’organismo, ma non lo alterano, né lo distruggono. La parola «progresso» va difesa dalla contaminazione con la parola «progressismo». Questo è una accolta di perversioni, di errori e di viltà; quello è un segno di vita degli spiriti migliori.
Ho scritto perché il clero sia illuminato. Le note sull’argomento continueranno.   
 

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